Il Piano per raggiungere la “fame zero” è ribadito con scadenza 2030. La strada suona utopistica, ma sicurezza e sostenibilità alimentare sono strumenti reali e concreti per districarsi lungo un percorso condiviso e partecipato. 

“Debellare la fame nel mondo, raggiungere la sicurezza alimentare e migliorare la nutrizione, promuovere l’agricoltura sostenibile”. Ambizioso e nobile il proposito sancito dal SDG numero 2 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, a sua volta correlato allo sviluppo rurale e alla sicurezza e sostenibilità alimentare. Siamo freschi di G20, Cop26, del World Food Summit 2021 di NY, di Green Deal Europeo, tutte espressioni dell’afflato internazionale volto alla cooperazione in tema di sicurezza e sostenibilità alimentare. L’impegno trae le sue origini nel 1996 con la nota Dichiarazione di Roma e si sviluppa nel tempo e trasversalmente tramite gli accordi su clima e ambiente. I continui richiami e impegni, ribaditi e riconfermati negli anni, suscitano inevitabilmente critiche e contraddizioni, non solo entro la stessa Comunità Internazionale, ma anche tra le diverse componenti sociali. Consideriamo inoltre che il countdown verso il 2030 è iniziato e, soprattutto, pare sia stato affrettato da una pandemia che ha costretto i Paesi tutti a riconoscersi uguali di fronte a comuni bisogni e paure, in quanto esseri umani. Ad analizzare la sicurezza e la sostenibilità alimentare, si rischia di avventurarsi farraginosamente su di un terreno complesso e talvolta contraddittorio, portando molti a manifestare contro gli ormai proverbiali “Blabla” dei Big del Mondo ed altri, i più scettici, ad alzare gli occhi al cielo, percependo l’eliminazione della fame nel mondo come un’utopia, piuttosto che un Goal. Spogliandosi però delle vesti di un nichilismo sterile o di un cieco attivismo, si potrebbe tentare di leggere queste dichiarazioni secondo una dimensione più concreta e realista, per riconoscere come effettivamente, parafrasando una celebre “attivista”, quello che noi facciamo è solo una goccia nelloceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno (e Madre Teresa di fame ne avrà vista a Calcutta!).

Le infinite gocce di un oceano

Se osservati da una prospettiva “funzionalistica”, gli SDGs assumono un ruolo di “guida” sostanziale e materiale per gli Stati. Le Dichiarazioni espresse in seno all’ONU non hanno in effetti carattere vincolante rispetto la sovranità giuridica riconosciuta ad ogni suo Membro entro i propri confini nazionali. Seguendo questo paradigma allora, quello che gli Stati prometterebbero è garantire il raggiungimento di quelle stesse dichiarazioni mediante gli strumenti normativi in loro potere al fine di non ostacolare ed anzi agevolare la realizzazione di politiche, nel caso in specie alimentari, sicure e sostenibili. Così, se da un lato i Summit Internazionali sembrano talvolta, più che l’esplicazione della teoria dei giochi, quella di giochi di teorie discordanti, dall’altro qualche esempio concreto e reale lo si può riconoscere. La normativa europea in tema di sicurezza e sostenibilità alimentare ne è un esempio e le conseguenti leggi nazionali degli Stati membri, pur non essendo del tutto omogenee tra loro, garantiscono degli standard qualitativi per la sicurezza del consumatore e del produttore (ex. l’Italiano DOC, prosciutto, vino o stereotipo si voglia!). Un quadro normativo che regolarizzi e garantisca una metodologia di produzione e consumazione sicura e sostenibile interessa sia lo scettico sia l’attivista, ma soprattutto coinvolge: coinvolge le piccole e medie imprese (incentivandole, tutelandole e sostenendole), coinvolge le multinazionali (si voglia per handwashing o per pressione sociale), coinvolge le relazioni tra settore profit – no profit – PA nella ricerca di un’azione condivisa. Infine coinvolge le persone, i singoli, nel poter scegliere, consapevolmente e coscienziosamente, senza dover necessariamente diventare Muhammad Yunus, ma ponendosi come agenti di un cambiamento che interessa tutti.

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