La Sfida del garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

da Gen 28, 2022News1 commento

Il Goal 12 dell’Agenda 2030 della Nazioni Unite ha come scopo lo sviluppo di modelli sostenibili di produzione e di consumo. La formulazione dell’obiettivo è volutamente generica, in quanto produzione e consumo di beni e servizi interessano l’intero agire e fruire dei bisogni, anche basilari, di ogni persona.  Gli attuali modelli di produzione e consumo comportano un notevole spreco di risorse ed il danneggiamento degli ecosistemi al livello globale, inficiando, come noto, sugli equilibri naturali sia in termini di capacità rigenerative sia in termini di accesso alle risorse.

La comunità scientifica ammonisce da tempo sugli effetti che l’umanità sta producendo ai danni del pianeta e sulle tre grandi crisi causate da un uso/abuso delle risorse naturali a disposizione: crisi del clima, della biodiversità e dell’inquinamento, ognuna di esse legata a pratiche di produzione e di consumo non più sostenibili. Il Goal 12 vuole dunque invertire il senso di marcia fino ad oggi percorso così da garantire il benessere della popolazione attraverso l’accesso all’acqua, all’energia e agli alimenti, riducendo allo stesso tempo il consumo eccessivo delle risorse del pianeta. Di fatti, per raggiungere un equo sviluppo sociale ed economico, la nostra società dovrà modificare in modo radicale il proprio modo di produrre e consumare beni: si stima infatti che la popolazione mondiale conterà più di 9 miliardi di persone entro il 2050; con questa cifra occorrerebbero le risorse naturali di tre pianeti per far fronte alle necessità di impiego e consumo al livello globale. Data l’urgenza del tema, il Goal 12 si sviluppa in otto principali target tra i quali, dimezzare lo spreco alimentare globale pro-capite, raggiungere la gestione eco-compatibile di sostanze chimiche e di tutti i rifiuti per il loro intero ciclo di vita ed incoraggiare le imprese, in particolare le grandi aziende multinazionali, ad adottare pratiche sostenibili.

La situazione a livello globale

Secondo quanto riportato dal monitoraggio delle Nazioni Unite, dal 2017 al 2020, 83 paesi, tra i quali figura anche l’Unione Europea, hanno adottato misure coerenti all’attuazione del Quadro decennale di programmi sui modelli di consumo e produzione sostenibili; nel 2020 sono state segnalate 136 politiche e 27 attività di attuazione. Sebbene siano state intraprese azioni specifiche per migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse in settori o aree specifici, gli sforzi sono ancora troppo lievi e poco diffusi. Uno degli aspetti più critici valutati in seno all’ONU è il costante peggioramento della cosiddetta material footprint (“impronta materiale”), vale a dire la quantità di materie prime utilizzate per soddisfare la domanda di consumo finale delle persone a sostegno della crescita economica. Si rileva infatti che sia l’impronta materiale pro capite, sia il consumo materiale interno pro capite siano aumentati del 40% nell’ultimo decennio.

Più scarsi e datati sono i dati rispetto lo spreco alimentare: si calcola che nel 2016 circa il 14% del cibo prodotto a livello globale sia andato perso prima di raggiungere il settore di vendita di riferimento. Per quanto riguarda lo smaltimento sostenibile dei rifiuti, le criticità concernono anche soprattutto i rifiuti elettronici, che hanno raggiunto oltre i 7 kg pro capite nel 2019. Per quanto riguarda aziende ed imprese, si registra che, nel 2020, su un campione di 4000 soggetti, l’85% ha adottato misure per il soddisfacimento dei requisiti minimi di produzione e consumo sostenibili; il 40% ha messo in atto misure più avanzate. Allo stesso tempo, sul piano delle politiche pubbliche, negli ultimi anni sono state incentivate misure ed iniziative volte a sostenere ed incoraggiare l’acquisto di prodotti ecocompatibili ed efficienti dal punto di vista energetico. Infine, i sussidi ai combustibili fossili sono diminuiti nel 2019 e si prevede un ulteriore drastica diminuzione per effetto dei rincari a seguito della pandemia COVID-19.

La situazione a livello europeo

Gli sforzi dell’Unione Europea per raggiungere l’Obiettivo 12 si concretizzano, tra le altre iniziative, nel notoGreen Deal Europeo che ha come scopo l’attuazione di una nuova strategia di crescita che miri a trasformare l’economia dell’UE seguendo un approccio moderno, efficiente e sostenibile entro il 2050. Conservando e valorizzando il capitale naturale dell’Unione, si punta a proteggere la salute ed il benessere dei cittadini secondo una transizione giusta ed inclusiva.

Il monitoraggio europeo si basa sull’analisi di tre principali settori: la disgiunzione tra gli impatti ambientali e la crescita economica, facendo riferimento a quattro indicatori principali che misurino la produttività delle risorse, la produttività dell’energia, l’uso di sostanze chimiche tossiche nei processi produttivi e le emissioni di CO2 rispetto ai trasporti; il secondo settore di interesse è quello legato alla Green economy, ossia un’economia attenta alla produzione di beni e servizi nel rispetto ambientale e della gestione delle risorse. Infine, il settore inerente la produzione e gestione dei rifiuti che punta ad attuarne il riciclaggio, reinserendoli nel sistema economico come materie prime secondarie.

Secondo il report dell’Eurostat, la situazione attuale non è ancora definitiva, in quanto gli effetti della pandemia non sono direttamente verificabili. Tuttavia, i dati disponibili mostrano che negli ultimi cinque anni la disgiunzione tra lo sviluppo economico e crescita è stata relativa. Ciò significa che l’aumento produttivo delle risorse e dell’energia in UE non è dato da un nuovo modello di produzione sostenibile, ma da una più generale crescita del PIL. A riprova dei dati, vi è infatti l’aumento della produzione totale dei rifiuti, nonostante la maggiore diffusione di pratiche di riciclaggio e recupero. Inoltre, si registrano dati negativi rispetto le emissioni di CO2 legate ai trasporti. Leggermente più positivi i dati rispetto l’impiego di sostanze chimiche tosse, diminuito dal 2014.

La situazione a livello italiano

Il rapporto ASviS, disponendo dei dati fino al 2019, attesta un andamento promettente lungo tutto il corso della serie storica analizzata, grazie al miglioramento di tutti gli indicatori elementari. In particolare, diminuiscono del 30% il consumo di materiale interno per unità di PIL e il consumo di materia pro capite (-30,4%), evidenziando come l’Italia migliori la sua efficienza nell’uso delle risorse. Contestualmente aumentano gli indici relativi alla raccolta differenziata e alla circolarità delle materie, quest’ultima misura della quota di materiale recuperato e restituito all’economia. Nonostante l’andamento complessivamente positivo dal 2013 al 2019, la crisi economica successiva ha causato un aumento della produzione dei rifiuti urbani pro-capite.

Nonostante il trend positivo, la strada verso l’attuazione di pratiche che prolunghino il ciclo di vita dei prodotti e che riducano l’impiego di materie prime e la produzione di rifiuti è ancora in salita. È a fronte di ciò infatti che, agli stimoli verso un’economia circolare più solida, si affiancano anche nuovi modelli di finanza. Negli ultimi decenni si sono fatte strada le esperienze di così detta finanza etica: si tratta di banche che hanno scelto di gestire i soldi dei cittadini in modo responsabile e sostenibile. In accordo con i correntisti, i depositi vengono investiti per sostenere attività economiche e sociali attente alla sostenibilità e all’integrazione. Esempio italiano è La Banca Popolare Etica, nata nel 1998. La combinazione di economia circolare e finanza etica mira a raggiungere l’obiettivo di un ciclo infinito in cui, metaforicamente, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

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