In viaggio con le 5P – Undicesima tappa Africa

da Mag 25, 2022News1 commento

Prepariamoci a navigare le acque dell’Atlantico per spostarci lungo la nuova rotta del viaggio alla scoperta delle 5P, perché ci apprestiamo ad esplorare un nuovo continente, anzi il più “Vecchio”, il più antico, la culla dell’umanità. L’undicesima tappa del nostro viaggio ci porta in Africa.

Ora, quando si parla di Africa e di cooperazione sarebbe bene procedere con rispettoso e pacato contegno, entrare in punta di piedi nel continente ed anche con un po’ di timorata deferenza, si oserebbe. Perché, l’Africa, nella narrazione abituale, è stata ed è il Sacro Graal della cooperazione, in tutte le sue forme.

In questa rotta che stiamo per intraprendere, forse ancor più che nelle precedenti, si voglia provare un esperimento, almeno mentale: si abbandoni la classica narrativa che racconta il continente solamente in termini di povertà, di instabilità, di penuria, di difficoltà e di assistenzialismo. Come abbiamo potuto scorgere nelle mappe precedentemente esplorate, le contraddizioni dello sviluppo sussistono anche nei Paesi più “virtuosi” ed il continente africano, al pari degli altri, non fa eccezione alla regola; ma non abbandoniamoci alla più scontata analisi della cooperazione in Africa, questo viaggio ci ha già abituati a non dare tutto per scontato, non si cada in inganno proprio adesso.

Altra piccola, ma essenziale postilla: l’Africa non è un Paese, l’Africa è un continente composto da 56 Paesi indipendenti; parlare di Africa come un’unica entità (politica, economica, culturale) non solo è riduttivo, ma profondamente scorretto. Il punto è che un racconto monotematico, univoco, generalizzato delle realtà africane altro non farebbe che sedimentare ed alimentare stereotipi e pregiudizi nell’immaginario collettivo, influendo anche la percezione del continente in termini geopolitici e geoeconomici. Non si vuole qui negare l’esistenza di problematiche ovviamente esistenti, ma tanto meno si vuole proporre una lettura che le esasperi a scapito di un’osservazione più obiettiva e disincantata, sia dai ciechi attivismi, sia dai cicini negazionismi. Sarà questo forse uno dei viaggi più complessi ed emblematici da affrontare, ma, in fin dei conti, è proprio questo che ammalia il viaggiatore.

Ubuntu Ngumuntu Ngabantu

Per questo affascinante viaggio, affidiamoci ad una guida concettuale che ci aiuti a schiudere l’intellegibilità dei contesti africani cui approcceremo. Ubuntu Ngumuntu Ngabantu è una locuzione Ngori della civiltà Bantu dell’Africa Subsahariana, il suo significato assume sfumature intraducibili nella propria pienezza, ma può essere tradotto “io sono poiché noi siamo”. In tempi recenti, si è spesso citato ubuntu (si voglia con sincera fascinazione o come retorica occasionale); ubuntu racchiude un’intera filosofia, difficilmente traducibile forse perché non rientra in quelle categorie cui noi siamo abituati. Cercando di semplificare, significa curare il “noi” prima dell’“io”, senza tuttavia negare il valore del singolo, tutt’altro: la comunità aggiunge valore al singolo accentuando i punti di forza di ciascuno, in quanto parte di un meccanismo sociale in cui tutto funziona all’unisono ed in armonia e se manca una parte, l’intero non funziona.

Per comprendere quali dinamiche possono muovere (o non muovere) il cambiamento 2030 nel continente, proviamo dunque ad assumere questa forma mentis, diametralmente opposta a quella del divide et impera che per lungo tempo ha dominato la geopolitica delle regioni soggette al passato colonialismo imperiale, con lasciti che probabilmente condizionano tutt’oggi non solo le strutture istituzionali, ma anche, si perdoni il gioco di parole, l’impulso a istituzionalizzare quelle stesse strutture.

Per eseguire questo esercizio mentale, consideriamo l’odierna Unione Africana, concepita nel 1963 da Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente e uno dei promotori dell’ideologia panafricana. Kwame Nkrumah sognava gli Stati Uniti d’Africa per superare l’eredità coloniale grazie all’unità politica, precondizione a quella economica. Nell’ottica del Presidente ghanese, gli Stati Uniti d’Africa avrebbero incarnato un organismo sovranazionale, a cui sarebbero state devolute le competenze in materia di affari economici e commerciali, di politica estera e di difesa, proponendosi come interlocutore paritario delle altre potenze (suona familiare?), lavorando per il bene comune del continente e delle sue popolazioni. L’Organizzazione dell’Unità Africana, antesignana dell’Unione Africana nata nel 1992 e mossa dal panafricanismo, ha iniziato a gettare le basi per la cooperazione continentale tra i giovani Stati africani con l’obiettivo di spegnere le vestigia del passato colonialismo e dell’imminente “neocolonialismo”, promuovendo uno sviluppo partecipato e indipendente.

È spesso successo nel corso della Storia che fratture e cesure dessero impulso a forme di cooperazione e di rinnovamento di attori sconvolti dalla brutalità degli eventi e il caso africano potrebbe rientrare tra questi episodi. Senza svilire il moto panafricano che ha mosso l’iniziativa degli anni ’60, si provi però ad osservarlo anche da un’altra prospettiva.

Il panafricanismo non nasce in Africa, ma dalla diaspora afrodiscendente della tratta degli schiavi nelle Americhe e diventa moto propulsivo nel continente africano a supporto delle correnti anticoloniali ed indipendentiste. Una reazione, dunque più che un’azione. L’Africa che nasce nel 1960 diventa simbolo della battaglia per l’indipendenza, ma non cancella la sua Storia che la costringe a fare i conti ancora oggi con l’instabilità e la disomogeneità delle strutture che ha preso a prestito dai modelli disponibili (allora in aggiunta condizionati ancora dal “freddo” manicheismo politico). Si rifletta inoltre che i modelli ereditati fanno parte di quelle categorie concettuali che derivano da una tradizione politica del tutto estranea al continente, che anzi ne ha subìto le degenerazioni.

È stato supposto infatti che la mancanza di modelli africani (almeno “codificati”) sia alla base delle criticità dell’Africa e che, di conseguenza, il continente continui ad essere fondamentalmente vulnerabile ad ogni shock esogeno poiché dipendente ancora dall’estero.

La cooperazione, nelle sue multi dimensioni e nei sui multi livelli, vorrebbe sopperire a queste lacune e l’Africa è uno dei maggiori destinatari dei programmi di sviluppo internazionali che alimentano però un curioso paradosso: “il fine della cooperazione internazionale dovrebbe essere la fine della cooperazione internazionale stessa”. Nel 1984, Thomas Isidore Noël Sankara, primo presidente del Burkina Faso, aveva già adito alla comunità internazionale con un chiaro e ancora attuale discorso: “incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale”.

Era il 1984; siamo ancora in corsa e qualcuno è ancora indietro.