La nuova tappa del viaggio alla scoperta del cambiamento ci porta ad esplorare un nuovo continente, anzi un “Nuovo Mondo”. Solcati i confini asiatici, per arrivare nel continente americano, basterà fare un salto, nemmeno troppo lungo, dall’estremo confine siberiano all’ “Ultima Frontiera” americana, l’Alaska, chiamata fino al 1867 anche l’America russa. In effetti, guardando a ritroso nella Storia, l’America è stata un po’ di tutti: tre caravelle aprirono i confini di un territorio sterminato e ricchissimo di ogni risorsa immaginabile, facendo la fortuna dei grandi imperi europei, i cui lasciti e retaggi, tuttavia, sono ancora oggetto di dibattito e discussione. La fisionomia del continente è infatti molto variegata, lingue, volti, storie che raccontano di tutte le impronte lasciate su un territorio che, semplicisticamente, si divide per connotazione “latinista” e di Commonwealth. Eppure il destino storico del continente non poteva essere più difforme e, di conseguenza, anche il nostro viaggio dovrà tenerne conto. Avventuriamoci così lungo la prima mappa americana, forse e paradossalmente la più complessa da osservare, il Nord America.

And God blessed America

Diventata quasi proverbiale, la benedizione divina ha, chissà, fatto la fortuna del Nord America: una geografia ricca di risorse naturali utili ad ogni scopo, una rivalsa politica dalla Madre Patria che ne ha assicurato nel tempo non solo crescita e sviluppo, ma anche l’idealizzazione della terra in cui i sogni si possono realizzare. Una benedizione che Canada e USA sfruttano a pieno, ognuno a suo modo. È facile infatti riconoscere i due principali protagonisti del Nord America, meno facile è osservarne le rispettive caratteristiche, specialmente se contestualizzate nel panorama internazionale attuale. L’uno emblema del multilateralismo per eccellenza, Stato illuminato nel diritto internazionale e primo fra i Paesi per indice di democrazia; l’altro, tra le più imponenti potenze mondiali, giocatore per eccellenza entro lo scacchiere geopolitico da decenni e cultore di sé stesso.

E se è vero che le medaglie hanno sempre due lati, quella del Nord America, opposta alla benedizione divina, potrebbe essere la continua ricerca di mantenere vivo e perpetuo il proprio primato mondiale. In questo senso, l’America settentrionale soffrirebbe di ciò che l’analisi geopolitica conia come “Trappola di Tucidide” che teorizza una sorta di “complesso egemonico” per cui quando una potenza contendente sfida una potenza egemone, quest’ultima tenta con ogni mezzo di frenarne l’ascesa, fino a rischiare un aperto conflitto militare, quale che sia il livello. La fascinazione della potenza e del potere nelle teorie dei giochi internazionali ha riempito le pagine dei libri di Storia, determinando i cambiamenti che si sono susseguiti sotto gli occhi di tutti (oggi, tristemente, ancora una volta).

Un simile potere tutto può e tutto potrebbe, ma, in ottica di cambiamento 2030, la trappola sembra inversa. Il Nord America, nonostante la sua grandezza, non parrebbe primeggiare nel raggiungimento degli SDG: stando ad alcuni report, è quello stesso sogno nordamericano che inizia ad essere insostenibile, una realtà che dispiega le proprie ambivalenze e contraddizioni tra opulenza e povertà, progresso e involuzione, indefessa ostinazione al prestigio ed inevitabile vulnerabilità alla crisi. La Cooperazione per il cambiamento al fine di arrivare, non si dica realizzati, ma almeno sufficientemente preparati al 2030, si trova incastrata in trappole abbastanza insidiose per poter dispiegarsi così come auspicato ormai da tempo.    

Già nel ’98 lo stesso John Kenneth Galbraith ammonisce laconicamente sulla “continua influenza della ricchezza”, affermando che “Gli individui fortunati e i Paesi fortunati godono del loro benessere senza fardello di coscienza, senza un fastidioso senso di responsabilità”; è quello che si cerca di scongiurare dal 2015, ma forse ci siamo ricaduti in quella trappola.

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