Nuova tappa, nuova rotta nel viaggio alla scoperta del cambiamento del Mondo. Il tragitto da seguire appare questa volta lineare, spingendoci a Sud e percorrendo il ponte naturale che collega i due sub-continenti americani. Nel nostro viaggio, l’America Centrale è l’area che unisce il continente, composta da una “piccola” striscia di terra e dalle paradisiache isole caraibiche.

Un corridoio geografico e politico quello dell’America Centrale che racchiude millenni di Storia, dai fasti delle antiche civiltà precolombiane, passando per i secoli della colonizzazione, le turbolente indipendenze, le rivoluzioni epocali e le convulse vicende che lasciano la regione sospesa tra la prossimità geografica dei vicini settentrionali e i retaggi delle Corone europee.

L’America Centrale resta pur sempre un ponte terrestre e, forse in potenza, anche culturale; ma il destino ha voluto e vuole che sia un muro invece a solcarne i confini, un muro tanto fisico quanto anche, latu sensu, ideologico le cui fenditure sono sotto gli occhi di tutti.

Nel 1823, l’allora Presidente statunitense James Monroe elabora la sua famosa dottrina, con la quale ammonisce le potenze ancora imperiali europee a non interferire oltre con gli affari e le questioni americane (non solo statunitensi, ma continentali), rivendicando un primo, non espressamente dichiarato, “diritto di intervento” negli interessi inerenti l’America. In quest’occasione viene coniata una metafora che, in un modo o nell’altro, getta una sentenza sul ruolo dell’attore “latino” nel continente: il backyard, il cortile di casa (e nemmeno quello d’ingresso, quello posteriore, sul retro della casa) americano. L’America Centrale diventa una regione rovente, scissa tra la propria forza, grandezza precolombiana, il connaturato orgoglio e la complessa “prigionia” geopolitica di vicini quanto mai ingombranti.

Las Decadas Perdidas

Corridoio di tensioni incrociate e laboratorio di speranza si è detto perché, in effetti, il cambiamento della regione ha dovuto e deve affrontare le complessità che derivano dalla responsabilità di essere sempre quel ponte di collegamento tra Mondi molto diversi e idealmente lontani.

Si discute in ambito accademico e non delle grandi potenzialità di sviluppo dell’America Centrale che sembra vivere su di un’altalena che oscilla tra vivacità economica, alimentata dal commercio e dagli investimenti esteri, e contrazioni che ne limitano la crescita in termini umani e strutturali. Così mentre taluni riconoscono problematiche che ne ostacolano il pieno sviluppo, altri propongono le speculari soluzioni al fine di superare le sfide del 2030.  Auspicio, questo di liberare le grandi potenzialità della regione, che tuttavia ricorre ormai dai tempi della “prima” decada perdida degli anni’80 e periodicamente ritorna agli oneri ed onori della cronaca geopolitica, riproponendo osservazioni, commenti ed analisi che danno l’impressione di essere fermi nel tempo. Sembra quasi che una rassegnata ciclicità degli eventi impedisca il reale cambiamento di una regione imbrigliata e imprigionata nel recinto di un cortile che sconta il peso della sua posizione geografica, di cui non dispone definitivamente la piena potestà ed autodeterminazione, ancora una volta condizionata dalla contesa di un “diritto di intervento” tra i migliori offerenti. Resta meno di un’altra decada prima di arrivare al 2030, che non vada persa anche questa, ancora una volta.

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