Le conseguenze del gioco d’azzardo patologico richiamano alle responsabilità di contrasto e assistenza alla ludopatia. Gioco responsabile o responsabilità di gioco?

Scena tipo: sosta in Autogrill, caffè, cioccolatino e resto di 2€: tentiamo la fortuna con un Gratta e Vinci. Si inizia a grattare, la tensione sale, il brivido aumenta…niente, la Dea Bendata non ha concesso quel bacio. Ora, due sono le opzioni: ci si rassegna, ci si beve il caffè e ci si consola con il cioccolatino; oppure, altro giro, altra corsa, sedotti dal fascino di guadagnare tutto in una volta, senza fatica, in un attimo.

Nel primo caso si verrebbe identificati come giocatori sociali, ossia coloro che giocano senza ricadute negative per la sfera personale, relazionale ed economica; nel secondo, la faccenda può assumere proporzioni molto variabili.

Il gioco d’azzardo patologico, o ludopatia, è infatti riconosciuto come un vero e proprio disturbo psichiatrico dall’American Psychiatric Association (APA) nel 1980 e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2013 ha introdotto il Gioco d’azzardo patologico (GAP) tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”.

Quella del GAP è una dipendenza “senza sostanze”, legata ad un “consumo senza uso”, in quanto si cede un valore (generalmente denaro, ma le scommesse informali possono essere delle più fantasiose), senza nessun ritorno, senza la disponibilità immediata di un bene o di un servizio, ma in cambio di un’aleatoria promessa di gratificazione, ricchezza e lusso. La seduzione di una simile promessa ha per lungo tempo fatto pensare ai suoi affascinati semplicemente come “viziosi”: dal classico immaginario dei casinò di Las Vegas, all’onirico simbolismo numerico, passando per i più intricati studi statistico-veterinari dell’ippica fino ai più algoritmici “fanta-” (mercato, calcio, poker e persino Sanremo!), il gioco d’azzardo ha una sua malìa singolare.

Negli ultimi anni, tuttavia, è stata rivolta un’attenzione particolare a quello che, nei casi più seri, non è semplicemente un vizio, ma una vera e propria patologia, in quanto, se il fenomeno si “massifica”, sia in termini sociali sia soprattutto monetari, le ripercussioni possono essere degradanti.

In molti Stati il gioco d’azzardo è legale, ciò significa che ciascun Paese impone una propria legislazione riguardo le diverse forme e modalità di gioco (casinò, lotterie, scommesse, o le infernali slot machine cui molti hanno dichiarato guerra), quindi emarginando e penalizzando ogni altra forma illecita. Ma, un giocatore lo sa, il Banco vince sempre!

La legalizzazione del gioco d’azzardo, grazie a regolamenti o monopoli di Stato, è giustificata da un triplice fine: contenere, fiscalizzare e creare valore aziendale. Perché, quando si parla di cifre del settore, ci si aggira su miliardi di introiti, utili alle finanze statali, agli istituti di credito investitori del “betting” e anche al composito mondo dei concessionari dei servizi, i quali, se riconosciuti, escluderebbero quindi il coinvolgimento della criminalità organizzata. Se da un lato, però, la normativa “aiuta economicamente” gli Stati, dall’altra produce anche una certa responsabilità al contrasto del fenomeno ludopatico che può coinvolgere settori più o meno ampi della società.

Nel caso italiano, la soluzione è presentata da interventi normativi fondati sull’esigenza di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, di contrastare il crimine organizzato ed eventuali frodi e di salvaguardare minori e soggetti più deboli; e da un monito: “Gioca responsabilmente!” convertito anche in percorso terapeutico online dalla Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze (FeDerSerD). Lo sforzo al contrasto del gioco d’azzardo è tuttavia contraddittorio: seppur la legalizzazione del gioco argini i pericoli criminali e delinquenziali, dall’altro può arrivare a provocare quegli effetti psicologici degradanti che non trovano una piena risposta di assistenza psicologica, demandata in alcuni casi a programmi specifici ad opera di associazioni ed osservatori. Inoltre, le forme di tutela statale, anche a livello europeo, sono orientate per lo più alla sicurezza delle “modalità” di gioco e non al contenimento della patologia. Il GAP assume seria rilevanza nel momento in cui il “costo sociale” aumenta in termini diretti (cura) e indiretti (qualità di vita, indebitamento, alienazione e tutte le conseguenze della dipendenza in generale del ludopatico e della società). Il problema non è infatti semplicemente riconducibile alla sola responsabilità etico-morale o economica, ma anche sanitaria: se la ludopatia rientra a tutti gli effetti nella famiglia dei disturbi comportamentali e delle dipendenze, allora richiederebbe la stessa attenzione in termini di assistenza, imponendo tuttavia al Sistema Paese un costo opportunità: erario “responsabilmente” rifocillato o società “responsabilizzate”?

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