Nelle ultime settimane l’attenzione dei media si è spostata sulle condizioni dei migranti lungo la rotta balcanica. La situazione, spesso descritta solo come emergenziale, è critica da anni ed è frutto di una serie di decisioni politiche, prima tra tutte il controverso accordo firmato nel 2016 tra UE e Turchia per fermare le migrazioni verso l’Europa.

Proprio l’accordo del 2016, con circa 6 miliardi stanziati alla Turchia, avrebbe dovuto decretare la chiusura della rotta balcanica, ovvero dei vari percorsi intrapresi da migranti e rifugiati partendo dalla Turchia e attraversando i vari Stati della penisola balcanica, con lo scopo di raggiungere i maggiori paesi europei. Dal 2015 i numeri sono diminuiti, ma continuano, cosi come persistono le cause all’origine dei flussi migratori. Nel 2020 secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) sono stati registrati in Serbia e Bosnia-Erzegovina rispettivamente 39.648 e 16.150 migranti. Alla Bosnia-Erzegovina l’UE ha versato dal 2018 circa 89 milioni di euro per gestire i flussi migratori e affrontare le esigenze di breve e medio termine di rifugiati, richiedenti asilo e migranti. La situazione resta però molto critica, data anche l’instabilità del Paese, le sue difficoltà economiche e le tensioni etniche che lo attraversano. Sembra che la logica portata avanti dall’Unione in ambito migratorio, basata sullo stanziamento di fondi agli stati extra-UE per arginare l’arrivo dei migranti, non porti a risultati positivi, ma serva solo ad erigere quella che viene spesso definita una nuova “Fortezza Europa”.

L’incendio del campo di Lipa a dicembre 2020 e l’emergenza freddo delle ultime settimane hanno reso drammatiche le situazioni di migranti e rifugiati bloccati e accesso i riflettori sul paese. A Gennaio 2021 la Commissaria UE agli Affari interni Ylva Johansson ha dichiarato la necessità per la Bosnia-Erzegovina di assumersi le proprie responsabilità e pensare soluzioni a lungo termine. A sua volta OIM e UNHCR chiedono la fine dei respingimenti e delle violenze registrate lungo le frontiere esterne europee nei confronti di migranti e rifugiati, e il rispetto delle norme di diritto internazionale, della Convenzione europea dei diritti umani e ricordando il principio di “non-refoulement”.

In questo contesto sono di fondamentale importanza le realtà, dalle ONG ai gruppi informali, che operano nei Balcani a supporto di migranti e rifugiati. Tra queste, tre associazioni Vasilika Moon, Aletheia RFS e One Bridge to Idomeini sono attive in Grecia dal 2016, occupandosi di servizi base, tra cui la distribuzione di pacchi alimentari per i molti che rimangono esclusi dal sistema di accoglienza greco.

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