È un maggio infuocato, quello che è cominciato due settimane fa in Medio Oriente. Le ben note tensioni tra Israele e Palestina sono riesplose e stanno rapidamente degenerando, in una pericolosa escalation di cui sono vittima in primis i civili inermi.

L’origine degli scontri di questi giorni può essere ricondotta in parte alla sentenza definitiva che la Corte Suprema Israeliana avrebbe dovuto emanare lunedì 10 maggio scorso (poi rinviata a causa dei disordini) in riferimento al possibile sgombero forzato di alcune famiglie palestinesi dallo storico quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, e contro la quale gli attivisti per i diritti dei palestinesi avevano protestato a lungo nelle strade. Altre tensioni erano legate a manifestazioni nazionaliste israeliane che avrebbero dovuto tenersi nella città santa, anch’esse sospese.

Gli sviluppi

Gli scontri si sono intensificati a partire dal 7 maggio, ultimo Venerdì di Ramadan, e nuovamente lunedì 10 maggio. Le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per disperdere le diverse migliaia di fedeli musulmani radunatisi nella Spianata delle Moschee, luogo sacro per questi ultimi, lanciando granate stordenti fin nell’interno della Moschea di Al-Aqsa e provocando circa trecento feriti.

Questi fatti hanno innescato la reazione di Hamas, che ha lanciato una considerevole offensiva missilistica, finora in buona parte schermata dal sistema di difesa israeliano. In risposta, Israele ha invocato il proprio “diritto di difendersi”, bombardando la Striscia di Gaza con droni militari e schierando truppe di terra al confine.

Ostilità di questa portata tra Israele e Hamas non si vedevano dal 2014 e non accennano a finire. Secondo la Mezzaluna Rossa, si contano finora 83 morti nella sola Gaza; gli ospedali, già impegnati a fronteggiare la pandemia di Covid-19, sono affollati di feriti. Le brutali violenze urbane, ai danni sia di ebrei sia di arabi, hanno precipitato nel caos città simbolo della convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi, tanto che, per la prima volta dal 1966, Israele ha isolato la città di Lod, dove era già stato dichiarato lo stato di emergenza.

Politica e perdurare delle ostilità

Data la rapidità dell’escalation militare, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di un diplomatico nella regione, mentre il Segretario Generale dell’ONU Guterres ha lanciato un appello urgente a porre fine alle violenze per tutelare le vite dei civili innocenti. Si temono incursioni dell’esercito israeliano in territorio palestinese, possibile preludio di una guerra aperta e dell’ennesimo disastro umanitario in Medio Oriente.

Il prolungarsi delle ostilità ha legami anche con le condizioni interne dei due Paesi. Infatti, la situazione politica di entrambi gli Stati è piuttosto delicata: Israele manca di un governo da marzo, mentre in Palestina si è votato per l’ultima volta nel 2005 e le elezioni parlamentari previste per il 22 maggio saranno rinviate. Il fronte caldo del conflitto fornisce un buon diversivo per distogliere l’opinione pubblica da spinose questioni interne che coinvolgono esponenti di spicco, come il presidente israeliano uscente Netanyahu o lo stesso gruppo Hamas, che potrebbero subire eventuali sviluppi politici sfavorevoli. La speranza è che non si fomentino le ostilità per motivazioni politiche, pervenendo quanto prima a un dialogo tra le due parti che ponga fine – almeno – a queste violenze.

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