La corsa contro il tempo per ridurre le emissioni e le dichiarazioni programmatiche dei grandi inquinatori in vista della COP26 di Glasgow

 

Il 22 e 23 aprile 2021, in concomitanza simbolica con la Giornata della Terra, si è tenuto il Leaders Summit on Climate, il vertice organizzato dal Presidente USA Biden al fine di catalizzare gli sforzi globali per contrastare i cambiamenti climatici.

Nella due giorni online, i 40 leader presenti – tra cui i rappresentanti delle 17 economie più ricche e inquinanti – hanno sottolineato l’urgenza di agire ora per contenere l’aumento della temperatura globale a +1.5 °C, in quella che Biden ha definito la “decade decisiva” per evitare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico.

 

Ambizione, reticenza e incertezza

Nel corso del Summit, i diversi Paesi hanno reso noti gli obiettivi nazionali sul clima, ma molti di essi risultano all’atto pratico ancora incerti o quantomeno problematici.

Nel presentare i loro nuovi Nationally Determined Contributions (NDCs), gli Stati Uniti si sono posti l’ambizioso obiettivo di dimezzare le proprie emissioni entro il 2030, per poi raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, riappropriandosi della leadership nell’azione climatica globale. Tuttavia, il Congresso rimane diviso e l’ala repubblicana annuncia battaglia per difendere l’industria petrolifera nazionale, anche in chiave anti-cinese.

All’indomani dell’approvazione della Legge europea sul clima, Ursula von der Leyen ha ribadito l’obiettivo comunitario del -55% delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2030 e della neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia, non sono previsti impegni definiti per i singoli Paesi Membri e ciò potrebbe minare l’effettivo raggiungimento del target.

Molto netti anche i target di riduzione di altri Paesi inquinatori quali Giappone, Regno Unito e Canada, mentre la Corea del Sud si è impegnata a porre fine ai finanziamenti esterni al carbone.

Nessun cambio di passo invece dalla Cina: Xi Jinping si è limitato a ribadire la priorità dell’espansione economica cinese rispetto all’azione climatica, prevedendo l’inizio del phase out dal carbone solo nel 2026-2030, seppur limitandone l’uso nei cinque anni precedenti. La neutralità climatica è prevista nel 2060.

Controversi anche gli impegni presi da altri Paesi emergenti: l’India ha ribadito il suo obiettivo di una produzione energetica verde di 450 GW entro il 2030, senza però sbilanciarsi ulteriormente; il Brasile si è impegnato a raggiungere la decarbonizzazione entro il 2050 e a porre fine alla deforestazione illegale entro il 2030, pur continuando a concedere ampie porzioni di foresta amazzonica alle grandi multinazionali della soia e non solo; la Russia ha posto l’accento sulle soluzioni di cattura del carbone dall’atmosfera più che prendere impegni veri e propri per la riduzione delle emissioni.

Sulla via di Glasgow

Nel complesso, dunque, gli impegni presi finora restano insufficienti, come fanno notare gli ambientalisti. Ciò è evidente soprattutto alla luce del rapporto della WMO sullo Stato del Clima Globale nel 2020, pubblicato proprio nei giorni precedenti il Summit, che fotografa una situazione climatica in netto peggioramento nonostante gli stop forzati imposti dai diversi lockdown dello scorso anno. Pesano in particolare l’assenza di piani più strutturati e concreti e il mancato impegno di Paesi che nel decennio a venire continueranno a essere tra i principali inquinatori globali.

Tuttavia, deve essere riconosciuto che l’assunzione di questi nuovi obiettivi costituisce un passo in avanti incoraggiante, che auspicabilmente darà i suoi frutti alla COP26 di novembre, nella quale i leader saranno chiamati a redigere il rulebook che definirà le modalità di attuazione degli Accordi di Parigi.

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