La pandemia accende le luci su disparità e disuguaglianze tra e nei Paesi del mondo, costringendo i sistemi sanitari a scontrarsi con i propri sintomi latenti.

Scrivere, argomentare sul tema dell’Assistenza sanitaria e psicologica in epoca di pandemia è arduo; la tematica è stata sviscerata così trasversalmente che quasi nulla di nuovo vi si potrebbe aggiungere, polemiche comprese. Per quanto il COVID-19 sia il protagonista indiscusso del dibattito attuale, lo si metta per un attimo dietro le quinte e lo si consideri più come il riflettore su di un palcoscenico già molto composito per storia e sceneggiatura. Si renda invece protagonista il diritto alla salute, fondamentale ed inalienabile dell’individuo ed interesse della collettività.

Nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità sancisce come proprio obiettivo “il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute“, definita quest’ultima come “stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”. L’Health for All, la Salute per Tutti, rientra nel 2015 nell’Agenda 2030 con l’SDG n. 3che intende “assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”. Le strategie per finalizzare questo proposito sono potenziare i sistemi sanitari e mettere a frutto la ricerca, le informazioni e le evidenze scientifiche.

Diritto alla Salute e diritto all’Assistenza sanitaria e psicologica

Diritto alla salute e diritto all’assistenza sanitaria e psicologica sono sì strettamente correlati, ma non propriamente la stessa cosa. Ragionandoci su, il primo appartiene a quella famiglia di diritti inalienabili dell’uomo, riconosciuto universalmente e sancito nelle Carte di ogni Istituzione, nazionale ed internazionale; il secondo si esplica mediante i sistemi sanitari nazionali che ogni Stato istituisce per il soddisfacimento e la garanzia del primo, con le conseguenti serie di distinguo. Così, quando nel marzo 2020 l’OMS dichiara lo scoppio della pandemia da COVID-19, ecco aprirsi il vaso di Pandora, perché l’Agenzia si trova a fronteggiare un contesto complesso entro cui i modelli sanitari sono compositi, per struttura ed efficienza.

Proseguendo nel ragionamento, si consideri l’idea di una Copertura Sanitaria Universale, altresì UHC (Universal Health Coverage), formalmente introdotta nel 2012 dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU Global Health and Foreign Policy, con la quale si richiama gli Stati a garantire (in sintesi) tre caratteristiche fondamentali per l’assistenza sanitaria: universalità (in toto), globalità (per tutti) e gratuità (senza spese dirette) dei servizi. Ciononostante, la scelta di lessico suscita qualche perplessità: Copertura (coverage) è differente da Assistenza (care), anzi ne è una sua parte; la copertura sanitaria è infatti collegata all’aspetto finanziario dell’accesso all’erogazione dei servizi ed in tal caso lo Stato fungerebbe da “intermediatore” con altri soggetti (mutue, assicurazioni ecc.) rispetto le diverse forme di pre-pagamento della spesa sanitaria. E l’Health for All? Si torna al punto di partenza?

Quando le luci della pandemia si accendono e si alza il sipario sul teatro della risposta all’emergenza, entrano in scena le criticità dell’assistenza sanitaria non solo tra i diversi Paesi, ma anche all’interno di essi. Perché, in effetti, la vera discriminante nell’affrontare una pandemia si scopre essere la resilienza (non quella morale ed emotiva, o almeno non solo)dei sistemi sanitari nazionali; resilienza intesa come capacità di risposta organizzativa ed economica in una situazione di eccezionalità senza inficiare sui diritti dell’individuo. Si apre dunque il dibattito sulla sanità mista/pubblica e privata, di interesse sociale ancor prima della pandemia, e sulle disuguaglianze che i sistemi coinvolti generano tra le diverse componenti umane che devono servire. Dibattito che si trasforma in polemica nel momento in cui viene “ideologizzato” e ridotto a teorie di mercato per far quadrare i conti nelle leggi di bilancio. Come si può “appaltare” il diritto alla salute, fisica e mentale (quest’ultima curiosamente de-stigmatizzata “grazie” al COVID, perché l’isolamento, volenti o nolenti, l’abbiamo vissuto tutti e con tutte le variabili del caso)? Garantire l’assistenza sanitaria e psicologica è una responsabilità, un dovere che ha ovviamente un costo, ma che non dovrebbe essere mercanteggiato. Buoni esempi nel Mondo sono riconoscibili, quindi realizzabili e le forme di cooperazione internazionale, sia tra agenti Istituzionali sia tra Istituzioni e Società Civile, sono un’opportunità per elaborare delle politiche non alternative, ma integrate e integranti. Poi forse sì, “andrà tutto bene!”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *